lunedì 19 gennaio 2009

retrospettiva di jean eustache a villa medici

Eustache è il poeta del nomadismo urbano. I suoi personaggi vagano per le strade di Parigi (o di altre città) un po' come i flaneurs baudelairiani. Però amano compiere diverse soste, stazionare nei caffè, nei bar, nei bistrot, sedere ai tavoli sorseggiando una birra o un pernod, soli o in compagnia d'una ragazza o d'un amico.
La gente che se ne va frettolosa per i fatti suoi fornisce lo spettacolo a questi divini sfaccendati, che si rifiutano tenacemente, si direbbe eroicamente, di "impiegare il tempo". L'unico modo nobile di impiegarlo, in effetti, è quello di perderlo.
Non sappiamo bene che lavoro faccia Alexandre (Léaud), in La maman et la putain, anzi, non sembra proprio che lavori. Non ha mai una lira in tasca, chiede prestiti a tutti. Al massimo possiamo dedurre quali siano i suoi interessi da certe osservazioni casuali sul cinema e Murnau, su Carné e Elio Petri... Lo stesso Léaud, in Le pére Noel, messo alle strette, si trova un buffo lavoro da Babbo Natale, o fa l'inserviente in una sala di Bingo. I due amici di Les mauvaises fréquentations tirano avanti, a quanto pare, rubando il portafoglio alle ragazze che riescono a rimorchiare.
Guardare la città, lasciarsi scorrere davanti il suo inarrestabile dinamismo, è in fondo il loro vero lavoro, grazie al quale anche noi guardiamo, sia che la mdp li talloni nei loro vagabondaggi, sia che lasci scorgere il traffico dei veicoli e dei passanti riflesso nelle vetrate dei caffè all'aperto, come uno schermo nello schermo.
Ma i vagabondaggi notturni mostrano una città diversa, che lascia emergere, allora, la solitudine di fondo e la malinconia dei personaggi - quella malinconia e quella solitudine che rendono indimenticabile il finale di La maman et la putain.



Nessun commento:

Posta un commento