All'inizio di Benjamin Button (siamo nel 1918), un orologiaio cieco istalla nella stazione di New Orleans un orologio le cui lancette, tra la sorpresa generale, girano all'indietro. Invenzione di cui l'autore è il primo a percepire la stranezza, adducendo a sua scusante il sogno d'un rovesciamento del tempo che magari permetterebbe la resurrezione e il ritorno dei soldati (uno è suo figlio) appena caduti in Europa nella Grande Guerra: sogno che il cinema realizza, proiettando all'indietro le scene d'una battaglia, durante la quale i combattenti, correndo in un assalto a ritroso, si rialzano dopo essere stati colpiti, tornano a vivere dopo che sono morti.
Ma si tratta appunto d'un sogno, di una fantasia, di uno scenario immaginario, suggerito dal dolore lancinante per una perdita contro natura: un padre che sopravvive al figlio. Quando il rovesciamento temporale si realizza effettivamente, con la nascita d'un bambino vecchissimo, Benjamin, destinato non a morire presto, come credono i medici, ma a ringiovanire man mano che il tempo passa, fino a tornare bambino sul serio, il paradosso mostra tutta la sua spaventosa efferatezza: la morte allora porterà via un bambino, cullato tra le braccia d'una moglie che assume le sembianze d'una madre.
L'orologio che gira all'indietro, nel frattempo è stato disattivato, sostituito da uno moderno, elettronico. Il magazzino in cui stava a prendere polvere è invaso dall'acqua dell'uragano Katrina. Catastrofe, Titanic del tempo.
mercoledì 18 febbraio 2009
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