domenica 18 aprile 2010

VISIONI NELL’OMBRA

Subito, vedendo L’uomo nell’ombra, colpiscono certe concordanze, magari casuali, con Shutter Island.

I traghetti, per esempio. Scalcinato, quello del film di Scorsese, anni ’50, fiancate un po’ corrose dalla ruggine. Tecnologicamente up-to-date, superfici metalliche cromate e scintillanti, quello di Polanski. Tutti e due, però, sembrano emergere all’improvviso, come apparizioni fantastiche, da un banco di nebbia: tempo pessimo, mare agitato, tempesta in arrivo. O fantasmi in arrivo?

Tutti e due i traghetti sono diretti a un’isola. A Shutter Island c’è un manicomio criminale, dove sono “curati” (reclusi) centinaia di “pazienti”. A Martha’s Vineyard, isola del Massachusetts, si è confinato in volontaria reclusione, con sua moglie e il suo staff, in una villa ultra-moderna dalle forme razionaliste, l’ex-primo ministro inglese Adam Lang, contro il quale pende ormai un procedimento di incriminazione per crimini di guerra da parte della Corte Suprema dell’Aja. Tutte e due le isole, naturalmente, hanno un faro.

I fantasmi, Teddy Williams e l’Uomo-ombra. (chiamiamolo così il ghost-writer senza nome, interpretato da Ewan McGregor), arrivano in traghetto, mentre incombe una tempesta (sembra che tiri sempre una brutta aria, sulla costa atlantica degli Stati Uniti). Le isole risultano poco ospitali, o anche troppo ospitali, per i fantasmi: Teddy non riuscirà mai più a riprendere il traghetto per il ritorno – all’Uomo-ombra, che pure era riuscito a prenderlo, non gioverà lasciarlo precipitosamente, a prezzo di scavalcamenti acrobatici. Il fatto è che non sono gli Uomini-ombra ad arrivare all’Isola, ma è l’Isola che crea i suoi Uomini-ombra, come una volta il Castello creava i suoi fantasmi - e non se li lascia sfuggire.

Ritengo importante interrogarsi su queste concordanze, specialmente se fossero casuali. Non sarà che la migliore rappresentazione del luogo della politica oggi consista nella metafora dell’isola circondata dal mare in tempesta, rigidamente blindata, e per ciò stesso produttrice d’incubi e paranoie? C’è poi questa grande differenza, tra Ashecliffe e la villa di Adam Lang? Tra la reclusione in un manicomio criminale e la lotta al terrorismo? Tra lobotomia e tortura? E il fatto che Edward Daniels abbia in realtà due nomi non equivale al fatto che un ghost-writer non ne abbia nessuno?

Il traghetto di Polanski appare all’improvviso, ad apertura di film (come quello di Scorsese). Approda col mare grosso, la visibilità scarsa per la foschia. Tempo pessimo. Le macchine, allineate sul ponte, vengono messe in moto dai rispettivi proprietari, che si apprestano a sbarcare. Una sola rimane ferma, e le macchine che le stanno dietro devono fare manovra per superarla. Sul ponte, che poco a poco si svuota, rimane solo quell’auto: nessuno al volante. E’ la durata dell’inquadratura (fissa), il tempo reale durante il quale il ponte si svuota, senza interventi di montaggio, è il fatto che l’auto sia l’unica rimasta lì, come se il suo proprietario si fosse volatilizzato, nella stasi e nel silenzio improvvisi che seguono la febbrile attività dello sbarco, a prefigurare un destino di scomparsa.

Difatti la TV darà presto notizia del ritrovamento d’un cadavere trasportato dalle correnti sulla spiaggia dell’isola: il corpo d’un annegato, con un altissimo tasso alcolico nel sangue. Era uno scrittore, per la precisione un ghost-writer (il primo dei due), che aiutava Adam Lang a scrivere la propria autobiografia. Incidente? Suicidio? Comunque è giusto che uno scrittore/fantasma, un’Ombra, resti invisibile, e anneghi, se deve annegare, fuori campo.

Di lui sappiamo soltanto il nome. Il suo successore, Ewan McGregor, invece, lo vediamo, ma resterà senza nome fino all’ultimo. La luce d’un faro ne tormenta il sonno, all’albergo dell’isola (ricordiamoci il faro di Ashecliffe, che peraltro era spento), ma il suo riposo non sarà più tranquillo quando dovrà trasferirsi nella villa di Lang, e sarà costretto a indossare uno dei vestiti, rimasti nell’armadio, dell’”inquilino” precedente.

La conclusione avverrà in una strada di Londra, segno che Polanski ha raggiunto una tale maestria da non doversi più curare, come un tempo, della persistenza d’uno spazio claustrofobico in senso stretto. Ma anche qui sarà relegato nel fuori-campo l’impatto presumibile di un’altra macchina (una macchina assassina) contro il corpo dell’altra Ombra, del secondo ghost-writer (anch’esso troppo indiscreto), e ci sarà mostrata solo una pioggia di fogli battuti al computer che lentamente planano sull’asfalto, come giganteschi fiocchi di neve, a seppellire il segreto di Adam Lang.

Alessandro Cappabianca

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