lunedì 3 maggio 2010

Neve

In Vendicami di Johnnie To, una sparatoria in un parco, di notte, provoca una vera e propria pioggia di foglie, che si staccano dai rami degli alberi riempiendo l'inquadratura. Un'altra sparatoria si svolge in una discarica. I contendenti avanzano proteggendosi con grossi cubi di carta imballata che spingono davanti a sé e le pallottole disfano gli imballaggi, in modo da scatenare una vera e propria tempesta di cartacce che il vento fa volare per ogni dove.
Un effetto analogo si trova in alcune scene di Shutter Island (per esempio, nella sequenza al comando tedesco, dove nell'aria volano i documenti che si è tentato di distruggere); ma si può anche risalire alla strana "neve", ancora più astratta e immotivata, che cade in certi interni di Resnais.
Il Costello (Johnny Hallyday) di Vendicami ha seri problemi di memoria. Il Teddy Daniels (Di Caprio) di Scorsese soffre di gravi disturbi psichici. L'eroe dell'Amour à mort di Resnais (dell'84) era una sorta di Lazzaro resuscitato.
Mi chiedo il senso di tutto questo. La parola "neve" mi suggerisce peraltro un collegamento con il video. Nel suo libro "Fra le immagini", Raymond Bellour parla della "neve" come "grado zero della trama elettronica", dal quale sorgono le immagini.
Il cinema non starebbe allora tentando di "imitare" il video, saturando lo spazio dell'inquadratura con una sorta di cortina continua astratta, puntiforme, sulla quale si disegnano le figure? (Non rientrerebbe in questo anche la predilezione di Johnnie To per le scene di pioggia?).
Per Shutter Island, io ho parlato di "lacrime di cenere". Si, perché no? Pioggia di cenere, caduta di forme oscure fluttuanti nell'aria. La "neve" del cinema è grigia.

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