Un terribile uragano, a base di pioggia, tuoni e fulmini, si abbatte sul taxi che corre nella notte, proveniente dall’aeroporto. Il tassista ha perso la strada, non riesce più a capire dove si trova. Invano tenta di chiamare al radiotelefono un certo Eli, che non risponde. Chiama “Eli, Eli, dove sei?” e subito, per assonanza, si pensa all’invocazione in aramaico di Gesù sulla croce.
Il volto del passeggero, sul sedile posteriore, non riusciamo a distinguerlo nell’oscurità. Capiremo poi che è lo stesso Suleiman, il regista, un altro Eli, o Elia, che peraltro non sembra molto turbato né mostra segni di nervosismo, come se in fondo si aspettasse che al suo ritorno a casa si scatenasse un simile pandemonio.
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