domenica 25 aprile 2010

chaplin

Riviste per caso in TV alcune vecchie comiche di Charlot.
Non si tratta solo di gag, di numeri d'avanspettacolo portati sullo schermo. Non si tratta solo di far ridere. No, c'è ben altro.
Chaplin inventa nuove figurazioni corporee. Per esempio, uscendo mezzo ubriaco da un pub, deve indossare il cappotto. Lo stesso deve fare un suo amico, altrettanto ubriaco. Bene, Charlot infila un braccio nella manica del cappotto dell'amico, e l'amico infila un braccio nel cappotto di Charlot. Ne nasce una strana creatura doppia, che se ne va per strada non con due cappotti, ma con un cappotto dalle maniche di colore diverso.
Altro esempio, da Il pellegrino: Charlot, evaso di prigione, è scambiato per un prete e accolto in casa da due parrocchiane; ma una vecchia conoscenza, un avanzo di galera, vuole derubarle. Il ladro cerca di aprire, con le mani, il cassetto in cui è custodito il denaro - Charlot, abbarbicato alla sua schiena, glielo richiude con i piedi. Si genera un corpo ibrido, con un incrocio mani-piedi, dove le mani sono quelle del ladro e i piedi quelli di Charlot, impegnati a compiere due attività contraddittorie, di cui l'una non fa che annullare l'altra, sullo stesso oggetto (il cassetto).
Non saprei dire, su due piedi (e neppure su due mani!), se è il genere comico del periodo muto a mostrare qui la capacità del corpo di assemblarsi in figure multiple, per poi decostruirle con naturalezza, come un nodo che si scioglie tirando uno dei capi d'un filo. Certamente è quanto riesce a fare Chaplin.

giovedì 22 aprile 2010

fassbinder

Ho rivisto sere fa, sollecitato da certe dichiarazioni di Werner Schroeter (riportate dai giornali in occasione della sua morte), "Un anno con 13 lune" di Fassbinder. Dico rivisto, ma forse farei meglio a dire visto, dato che l'avevo quasi completamente dimenticato. Anzi, forse l'avevo rimosso, perché è un film sconvolgente.
Molto più di "Querelle", anche se Schroeter esagera a definire "di plastica" quest'ultimo film.
Cerco di capire perché, magari con l'aiuto di certi concetti deleuziani. "Un anno" è centrato sul divenire-donna di Erwin/Elvira (ruolo sostenuto da Volker Spengler), che è andato a cambiare sesso chirurgicamente a Casablanca e poi se ne è pentito. E' dunque un trans che, una volta realizzato il sogno di tutti i trans, vorrebbe tornare indietro - ma non tanto, dico io, perché rimpiange la sua condizione di uomo, quanto perché rimpiange appunto la sua condizione di trans.
Questo è dunque un film sulla condizione d'un (o d'una) trans? Neppure, perché Elvira non lo è più, benché vada a cercarsi un uomo in mezzo a un gruppo di omosessuali. Questi reagiscono male, quando si accorgono che quell'uomo è una donna - si sentono presi in giro, la picchiano... Malgrado tutto, restano legati a un'identità sessuale, solo in apparenza "trasgressiva".
Per Erwin/Elvira, invece,non c'è più ruolo tra i ruoli sessuali, benché ormai anatomicamente donna. In realtà, non c'è più posto al mondo.
La recitazione del monologo di Torquato Tasso rinchiuso in manicomio, nel dramma di Goethe,da parte di Erwin/Elvira, avviene in un altro luogo sconvolgente, ossia nel mattatoio dove vengono sgozzati i buoi, mentre il sangue cola dalle loro gole squarciate. Questo è forse il modo di Erwin per divenire-animale: un animale sgozzato, nell'indifferenza generale.

domenica 18 aprile 2010

VISIONI NELL’OMBRA

Subito, vedendo L’uomo nell’ombra, colpiscono certe concordanze, magari casuali, con Shutter Island.

I traghetti, per esempio. Scalcinato, quello del film di Scorsese, anni ’50, fiancate un po’ corrose dalla ruggine. Tecnologicamente up-to-date, superfici metalliche cromate e scintillanti, quello di Polanski. Tutti e due, però, sembrano emergere all’improvviso, come apparizioni fantastiche, da un banco di nebbia: tempo pessimo, mare agitato, tempesta in arrivo. O fantasmi in arrivo?

Tutti e due i traghetti sono diretti a un’isola. A Shutter Island c’è un manicomio criminale, dove sono “curati” (reclusi) centinaia di “pazienti”. A Martha’s Vineyard, isola del Massachusetts, si è confinato in volontaria reclusione, con sua moglie e il suo staff, in una villa ultra-moderna dalle forme razionaliste, l’ex-primo ministro inglese Adam Lang, contro il quale pende ormai un procedimento di incriminazione per crimini di guerra da parte della Corte Suprema dell’Aja. Tutte e due le isole, naturalmente, hanno un faro.

I fantasmi, Teddy Williams e l’Uomo-ombra. (chiamiamolo così il ghost-writer senza nome, interpretato da Ewan McGregor), arrivano in traghetto, mentre incombe una tempesta (sembra che tiri sempre una brutta aria, sulla costa atlantica degli Stati Uniti). Le isole risultano poco ospitali, o anche troppo ospitali, per i fantasmi: Teddy non riuscirà mai più a riprendere il traghetto per il ritorno – all’Uomo-ombra, che pure era riuscito a prenderlo, non gioverà lasciarlo precipitosamente, a prezzo di scavalcamenti acrobatici. Il fatto è che non sono gli Uomini-ombra ad arrivare all’Isola, ma è l’Isola che crea i suoi Uomini-ombra, come una volta il Castello creava i suoi fantasmi - e non se li lascia sfuggire.

Ritengo importante interrogarsi su queste concordanze, specialmente se fossero casuali. Non sarà che la migliore rappresentazione del luogo della politica oggi consista nella metafora dell’isola circondata dal mare in tempesta, rigidamente blindata, e per ciò stesso produttrice d’incubi e paranoie? C’è poi questa grande differenza, tra Ashecliffe e la villa di Adam Lang? Tra la reclusione in un manicomio criminale e la lotta al terrorismo? Tra lobotomia e tortura? E il fatto che Edward Daniels abbia in realtà due nomi non equivale al fatto che un ghost-writer non ne abbia nessuno?

Il traghetto di Polanski appare all’improvviso, ad apertura di film (come quello di Scorsese). Approda col mare grosso, la visibilità scarsa per la foschia. Tempo pessimo. Le macchine, allineate sul ponte, vengono messe in moto dai rispettivi proprietari, che si apprestano a sbarcare. Una sola rimane ferma, e le macchine che le stanno dietro devono fare manovra per superarla. Sul ponte, che poco a poco si svuota, rimane solo quell’auto: nessuno al volante. E’ la durata dell’inquadratura (fissa), il tempo reale durante il quale il ponte si svuota, senza interventi di montaggio, è il fatto che l’auto sia l’unica rimasta lì, come se il suo proprietario si fosse volatilizzato, nella stasi e nel silenzio improvvisi che seguono la febbrile attività dello sbarco, a prefigurare un destino di scomparsa.

Difatti la TV darà presto notizia del ritrovamento d’un cadavere trasportato dalle correnti sulla spiaggia dell’isola: il corpo d’un annegato, con un altissimo tasso alcolico nel sangue. Era uno scrittore, per la precisione un ghost-writer (il primo dei due), che aiutava Adam Lang a scrivere la propria autobiografia. Incidente? Suicidio? Comunque è giusto che uno scrittore/fantasma, un’Ombra, resti invisibile, e anneghi, se deve annegare, fuori campo.

Di lui sappiamo soltanto il nome. Il suo successore, Ewan McGregor, invece, lo vediamo, ma resterà senza nome fino all’ultimo. La luce d’un faro ne tormenta il sonno, all’albergo dell’isola (ricordiamoci il faro di Ashecliffe, che peraltro era spento), ma il suo riposo non sarà più tranquillo quando dovrà trasferirsi nella villa di Lang, e sarà costretto a indossare uno dei vestiti, rimasti nell’armadio, dell’”inquilino” precedente.

La conclusione avverrà in una strada di Londra, segno che Polanski ha raggiunto una tale maestria da non doversi più curare, come un tempo, della persistenza d’uno spazio claustrofobico in senso stretto. Ma anche qui sarà relegato nel fuori-campo l’impatto presumibile di un’altra macchina (una macchina assassina) contro il corpo dell’altra Ombra, del secondo ghost-writer (anch’esso troppo indiscreto), e ci sarà mostrata solo una pioggia di fogli battuti al computer che lentamente planano sull’asfalto, come giganteschi fiocchi di neve, a seppellire il segreto di Adam Lang.

Alessandro Cappabianca

domenica 11 aprile 2010

Shutter Island - L'uomo nell'ombra

A proposito di alcune strane concordanze tra Shutter Island e L'uomo nell'ombra (il traghetto, l'isola, il faro...).
Non sarà che la migliore rappresentazione del luogo della politica oggi consista nella metafora dell'isola circondata dal mare in tempesta, rigidamente blindata, e per ciò stesso produttrice d'incubi e paranoie?