lunedì 31 gennaio 2011

BOARDWALK EMPIRE
SEGRETI DI ATLANTIC CITY

Gran parte dello spessore di Boardwalk Empire (L’impero del crimine) , la nuova, magnifica serie televisiva HBO prodotta da Martin Scorsese (anche regista della puntata-pilota), si deve all’incrocio di due tipi di storie o racconti. Quanto a storie in realtà, come è tradizione delle serie televisive ben congegnate, ce ne sono molto più di due, corrispondenti a una pluralità di personaggi (Enoch “Nucky” Thompson, boss del contrabbando di alcolici ad Atlantic City negli anni ’20, sotto le spoglie di rispettabile uomo politico; Jimmy Darmody, ex eroe di guerra, ora killer al servizio di Nucky e suo braccio destro; Margaret Schroeder, emigrata dalla Germania, madre di due figli e in attesa di un terzo, in procinto di assurgere al ruolo di amante di Nucky; Nelson van Helsen, agente FBI e fanatico religioso, con attacchi di misticismo; ecc. ecc.).
Le loro vicende si incrociano e si alternano secondo le modalità consuete alla fiction seriale TV. Insisto tuttavia nel parlare di due tipi di storie, o meglio, di due “racconti”: uno è il racconto (di genere) gangsteristico, attinente al proibizionismo degli anni ‘20 e alla formazione negli USA delle varie cupole criminali, legate anche alle ondate d’emigrazione (ebrei, irlandesi, italiani…); l’altro è il racconto familiare, riguardante la sfera privata – e questa è la vera matrice dei segreti.
Si prenda Nucky Thompson (Steve Buscemi). Lo vediamo intervenire come sostenitore del proibizionismo e del voto alle donne, a una riunione della Lega per la Temperanza, dove una platea di adoranti signore pende dalle sue labbra. A loro racconta di un ragazzo, figlio di immigrati irlandesi, rimasto senza genitori, che fu costretto a uccidere due grossi topi con un bastone per sfamare se stesso e i fratellini: quel ragazzo era lui! Commozione delle signore, in particolare della signora Schroeder, seduta in platea. Più tardi a Jimmy, che scherza su questa faccenda dei topi, Nucky indirizzerà una sorta di versione cinica del motto del senatore Stoddard in Liberty Valance: mai lasciare che la verità rovini una buona storiella…
Subito ci si rende conto che Nucky, in realtà, è un lestofante, che taglieggia la città (Atlantic City) e si ripromette i più lauti guadagni dal proibizionismo, grazie al traffico di alcolici. Se si tratta di un segreto, è tale solo per le ingenue signore della Lega per la Temperanza. Del resto, non è che Thompson si preoccupi troppo di nascondere le sue vere attività, potendo contare su una vasta rete di complicità, perfino nella polizia (lo sceriffo è suo fratello). Ne è a conoscenza anche l’FBI, che da anni tenta invano di incastrarlo. E a noi spettatori tutto questo è subito reso noto: segreto di Pulcinella, si potrebbe dire. Addirittura fin dalla sigla, nella quale vediamo Steve Buscemi , vestito con inappuntabile eleganza, garofano rosso all’occhiello, mentre, in riva all’oceano, lascia che le sue scarpe di coppale siano lambite da quelle onde che trasportano a riva bottiglie senza messaggi, o bottiglie che sono esse stesse messaggi: contenitori di alcolici, con tanto di etichette, simboli di rapacità criminale che, moltiplicandosi, inquinano l’Oceano.
I veri segreti appartengono invece al racconto (o romanzo) familiare, e come tali, in attesa del loro svelamento finale, all’inizio soltanto alcuni indizi ne lasciano intuire l’esistenza: come in tutte le serie Tv ben congegnate, sono indizi talmente labili che quasi non vi si fa attenzione, oppure si prestano alle ipotesi più varie (alcune delle quali possono rivelarsi erronee). Per esempio: Nucky si ferma davanti a una nursery , osserva a lungo un neonato che un’infermiera tiene in braccio e poi sistema in una rudimentale incubatrice. Oppure: la signora Schroeder gli parla dei figli, gli chiede se lui ne abbia, e Nucky risponde “No”, ma dopo una quasi impercettibile esitazione.
E’ qui che comincia a sorgere il sospetto che, al di là della storia di gangster, il racconto familiare riguardi i figli o più esattamente problemi con la paternità (tanto che all’inizio si ha come l’impressione che un legame del genere possa esistere addirittura tra Nucky e Jimmy). I figli qui assumono spesso un ruolo decisivo: oltre a quelli della signora Schroeder, ce n’è uno che lei perde a causa delle percosse del marito; c’è il figlio di Jimmy; c’è il figlio sordo di Al Capone; c’è la moglie dell’agente FBI, che soffre per non poterne avere e sogna di farsi operare da un famoso chirurgo; c’è l’anziano padre di Nucky, che il figlio odia; lo stesso Nucky rimprovera Margaret quando capisce che lei sta prendendo precauzioni per non rimanere di nuovo incinta; e alla fine, si scoprirà che il suo segreto, il segreto di Nucky, è legato forse alla morte di un figlio…
L’incastro reciproco dei due tipi di racconto è continuo, sull’uno si riverbera la tragedia dell’altro, e viceversa, senza che neppure per un attimo il familiare possa costituire una sorta di relax rispetto alla vicenda criminale. Questa funzione, semmai, è demandata alla sottolineatura burlesca di certe figure canoniche del gangster film. Per esempio, il “segretario” tedesco di Nucky, grosso e impacciato, è molto diverso da Angelo (Vince Barnett), il segretario di Scarface (H. Hawks) che, nel 1939, era capace di sparare alla cornetta del telefono, se non gli andava a genio quello che la voce diceva all’altro capo del filo – ma deriva da quello. Certo, è molto più a suo agio con la tecnologia, tanto è vero che guida anche, all’occorrenza, la macchina del capo; analoga, però, sembra la sua funzione di inserire intermezzi “comici”, o almeno rilassanti, in un contesto di tensione continua (tra l’altro, è spesso costretto a irrompere nella camera da letto del capo, magari interrompendone gli amplessi, per annunciargli che qualcuno lo cerca con urgenza al telefono).
Per il resto, però, non c’è tregua all’incalzare della violenza, cui neppure le cosiddette forze dell’ordine riescono a sottrarsi. Nelson, l’agente dell’FBI, uccide, affogandolo in uno stagno, il collega che si è venduto ai trafficanti, e quando deve arringare i nuovi agenti, per spronarli a dare il meglio di sé, cita Sant’Agostino, paragonando (non senza ragione) Atlantic City a Cartagine, come esempio di sentina del vizio.
E’ paradossale, certo, ripensare ad Atlantic City di Malle, in cui l’anziano ex gangster Lou (Burt Lancaster) rimpiangeva “i vecchi tempi”, deprecando l’”eccesso di legalità” che ormai (nel 1980) era calato sulla città, annegandola nella noia e nel conformismo. Sembra quasi che la serie di Scorsese resusciti, in qualche modo, il sogno di Lou, ridando vita a una città perduta, dove erotismo, criminalità e morte dichiarano la loro affinità: casinò, bordelli, luoghi di divertimento e distillerie clandestine confinano con locali destinati a imprese di pompe funebri, dove si fa cosmesi ai cadaveri.
Nucky ha una certa cultura, in fondo è “un uomo gentile”, come dice Margaret nell’ultima puntata, e poi gli chiede: “Come hai potuto fare quello che hai fatto?”. La risposta è sincera e agghiacciante: “Dobbiamo decidere con quanti peccati possiamo convivere”. In fondo, questo è sempre stato il problema del cinema di Scorsese.

Alessandro Cappabianca

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